Internet, bullismo e depressione. Dove stiamo andando?

Tempo fa mi sono imbattuta su Internet in un video di un famoso comico americano, Louis CK, che ho linkato alla fine di questo articolo.

È irriverente, sopra le righe, e a mio avviso molto divertente. Ma non solo: ho trovato il suo pezzo comico veramente efficace nel raccontare l’utilizzo che tendiamo a fare delle nuove tecnologie e dei social network, in special modo i ragazzi, con le conseguenze drammatiche che questo può comportare.

Sono infatti ormai diversi anni che osserviamo fenomeni spesso allarmanti legati all’uso incontrollato dei social da parte degli adolescenti.

Si pensi al cyberbullismo, cioè agli insulti che i ragazzi si rivolgono sul web o tramite cellulare. Secondo la rilevazione Istat, tra i ragazzi italiani che navigano in rete o che usano il telefonino quasi il 6% denuncia di aver subito offese tramite sms, e-mail, chat o social network nell’ultimo anno.

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Internet e cyberbullismo

Parole che raggiungono l’altro attraverso il solo uso della tastiera, ma che possono impattare sull’anima fragile di un adolescente in modo a volte fatale. È capitato che alcuni di loro non riuscissero a reggere il peso di queste violenze e che decidessero di togliersi la vita; un caso tristemente famoso è quello del 2013 di Hannah Smith, ragazza inglese vessata di insulti sulla piattaforma di Ask. Nonostante siano seguiti altri casi di suicidi di adolescenti, il sito è ancora attivo e pare che sia stato anche usato dall’Isis per reclutare giovani combattenti.

Internet può essere un mezzo per nascondersi dagli altri. Non solo per insultare senza farsi realmente vedere, ma anche per non incontrare mai l’altro, per difendersi dalle relazioni “reali” e vivere soltanto quelle mediate dal web, vivendo in un vero e proprio stato di isolamento. È il fenomeno ormai noto dell’hikikomori, termine giapponese che indica questo genere di condizione diventata clinicamente rilevante, la quale richiede il trattamento con psicoterapia e spesso anche assunzione di psicofarmaci. È una condizione nota in Giappone già dagli anni 80, ma oggi i ragazzi che si ritirano socialmente finiscono quasi inesorabilmente per abusare della rete. Non è però vero il contrario: chi abusa della rete non necessariamente diventa socialmente isolato.

A questo proposito, Cantelmi (2010) opera una divisione molto efficace fra “retomani per fuga” e “retomani” per azione”. I primi usano la rete per sfuggire dai propri vissuti più tristi, per allontanarsi dal mondo e non sentire dolore, in uno stordimento in grado di inibire l’attività di pensiero.

I secondi, invece, usano Internet per gli stimoli che offre e per ottenere successo. Nel caso degli adolescenti, qui la fragilità si esprime in maniera opposta ai primi, e possiamo assistere a un vero e proprio passaggio all’azione tramite il sexting (ossia l’esposizione del proprio corpo in rete, magari con social come Snapchat) o il già citato cyberbullismo.

Posto che la suddivisione di “retomani” sopra citata è valida anche per gli adulti (ovviamente cambieranno i modi con i quali si esprime la fuga o l’azione), e che i cosiddetti “leoni da tastiera” non sono certamente solo adolescenti, esiste anche una modalità di abusare di Internet meno eclatante, ma non per questo di inferiore rilevanza clinica a mio avviso.

Questa consiste nella tendenza ad anestetizzare i nostri vissuti emotivi tramite la perenne connessione a Internet (e-mail, social, chat, giochi on line): si cerca di evitare la noia, il momento di vuoto, la consapevolezza della solitudine di alcuni momenti.

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Perennemente connessi…

Massimo Recalcati, in un suo articolo del 2015 apparso su Repubblica, sottolineava la tendenza allarmante dell’uomo moderno a riconoscere a e prendere contatto con i propri stati emotivi, affermando che “Il risultato è una vita che si smarrisce in superficie perché non è più in grado di entrare in contatto con il proprio desiderio”.

In questo senso, credo che l’uso di Internet possa amplificare questa tendenza non nuova, e che si imponga una riflessione sull’abuso che si fa oggi dell’on line. Il quale, sia chiaro, può essere anche una straordinaria risorsa, ma che non sempre viene usato come tale.

Sorgono quindi alcune domande: essere perennemente connessi sta diventando una sorta di anestetizzante/antidepressivo moderno? Vale la pena non sentirsi mai né veramente tristi, né veramente felici, solo perché temiamo di affrontare quello che proviamo? E quali conseguenze ha l’uso di internet sullo sviluppo della capacità di provare empatia, ossia quella capacità che ci consente di metterci nei panni degli altri, e quindi di sentire le emozioni che l’altro prova?

Proviamo a pensarci insieme.

Ecco il video:


Louis C.K. e i cellulari di killingjokefansubs

About the author: Chiara Marabelli

Psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, da più di 10 anni aiuto adolescenti e adulti a cercare o ritrovare il proprio benessere. Faccio questo lavoro perché mi appassiona moltissimo: mi interessa, in modo sincero, capire cosa fa soffrire le persone che si rivolgono a me e cosa possiamo fare insieme per cercare di stare meglio.

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