Intervista Milanow: le dipendenze da internet

Alcune settimane fa sono stata ospite di Milanow per parlare di dipendenze da internet, con particolare riferimento agli adolescenti.

Ho scelto proprio questo tema perché lo considero terribilmente attuale, e non solo riferito ai ragazzi, ma anche agli adulti.

Come ho ribadito nella parte iniziale dell’intervista, considero internet e i social network delle grandissime risorse, sia a livello professionale che personale.

Troppo spesso, però, il mondo degli adulti oscilla tra due estremi opposti:

  • si demonizzano strumenti anche molto preziosi, senza conoscerne a fondo le funzionalità e nemmeno i rischi che possono presentare.
  • si fa un cattivo uso delle nuove tecnologie, a volte arrivando anche alla dipendenza, e si espongono i bambini o i ragazzi a stimoli incontrollati

Essere consapevoli di rischi e risorse è invece la strada per sfruttare al meglio ciò che la modernità ci offre, senza però esserne schiavi.

Prima parte

Come risponde il cervello di bambini e adolescenti alle nuove tecnologie? Come si sviluppa il cervello dei nativi digitali in risposta all’esposizione ai vari dispositivi e ai social network?

Seconda parte

Attualmente non esiste una vera e propria diagnosi di dipendenza da Internet: la comunità scientifica dibatte sulla possibilità di considerarla un disturbo a sé, o più semplicemente la manifestazione di altri disturbi. Ci sono però dei segnali importanti a cui prestare attenzione per capire se si sta manifestando un disagio, quali sono?

Terza parte

Che uso possono fare i ragazzi dei social network e in cosa si differenziano dagli adulti? Due (o più) generazioni a confronto con il cellulare.

Grazie dell’attenzione! Per ulteriori approfondimenti su adolescenti e dipendenze puoi continuare la navigazione del mio sito e del mio blog.

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Intervista a Milanow: alle scuole medie si può tornare a casa da soli?

Venerdì 13 ottobre sono stata intervistata da Milanow su alcuni temi di attualità: fumo, adolescenti, conflitti tra genitori e figli.

Dopo una prima parte relativa a come la psicologia può essere di aiuto per smettere di fumare, ci siamo soffermati su una questione di cui in queste settimane si sente parlare molto: è giusto che i ragazzi delle scuole medie possano tornare a casa da soli?

Abbiamo poi parlato della difficoltà a gestire i momenti di conflitto tra genitori e figli adolescenti, cercando di capire meglio le dinamiche che li muovono e la valenza (anche positiva!) che possono avere.

Ecco la mia intervista divisa in 3 parti:

  • Smettere di fumare con la psicologia

  • Alle scuole medie si può tornare a casa da soli?

  • Genitori e figli adolescenti in conflitto

Ansia da rientro a scuola? 7 consigli utili per i genitori

Lo sappiamo bene noi “grandi”: il rientro dopo le vacanze estive è spesso difficile e in salita.

Nuovi ritmi, nuove scadenze, abitudini che si faticano a riprendere. E l’ansia è dietro l’angolo.

Per i ragazzi alle prese con il rientro a scuola le difficoltà sono ancora maggiori: le vacanze regalano infatti un lungo periodo di sospensione dalla normale routine, durante il quale gli orari e le attività sono completamente rivoluzionati. Tornare a scuola, inoltre, significa anche affrontare nuove sfide e nuove prove: i compagni di classe, gli insegnanti, lo studio, i compiti e gli esami.

E così, le ore che precedono il grande giorno vengono trascorse all’insegna dell’agitazione e talvolta dell’ansia. Come possono i genitori aiutare i ragazzi ad affrontare al meglio questo delicato passaggio? Ecco alcuni consigli che possono tornare utili ai genitori!Ansia da rientro scolastico

1. Non sminuire ma ascolta

Questo è forse il consiglio più importante. Abbiamo già dimenticato la notte insonne che precedeva puntualmente il nostro primo giorno di scuola? Frasi come “Ma cosa vuoi che sia, l’abbiamo affrontato tutti” possono peggiorare la situazione. Sì è vero, l’abbiamo fatto tutti, ma in che modo l’abbiamo gestito e superato?

Il fatto di aver vissuto la stessa esperienza, poi, non significa che nostro figlio la vivrà allo stesso modo.

Inoltre, una frase di questo tipo lascia intendere che allora è sbagliato sentirsi a disagio per quello che si prova, e può portare i ragazzi a cercare di soffocare i propri vissuti anziché condividerli. E questo non è mai un bene.

2. Non proporre subito strategie e soluzioni

Questo consiglio è strettamente legato al primo, perchè a volte sentire il proprio figlio in agitazione per qualcosa genera un’ansia ancora maggiore nel genitore. Ci si arrovella quindi per trovare e proporre delle soluzioni: “Prova a fare così, cerca di pensare in questo modo…”. Sicuramente saranno tutti saggi consigli, ma è bene cercare di mordersi la lingua perchè possono avere un effetto non necessariamente positivo: far percepire al proprio figlio di non avere fiducia nelle sue capacità, rischiando di farlo sentire ulteriormente non adeguato.

I ragazzi, invece, hanno tante risorse, ed è utile stimolarli a pensare soluzioni e ascoltare le loro idee prima di lanciarsi in proposte risolutive.

ansia scuola

A volte basta una conferma da parte di mamma e papà: la questione è che spesso c’è “solo” bisogno di parlare di ciò che si prova, ma questo non vuol dire che non si abbia in mente come provare a superare il problema.

Insomma, ascoltare senza giudicare è già un grande aiuto.

3. Preparati prima e coinvolgi i ragazzi

Predisporre e organizzare con anticipo le cose che servono per affrontare la scuola (ad esempio zaini, cartelle, quaderni, eventuali merende) è una strategia molto utile, a patto che i figli vengano coinvolti in questo processo.

Prendersi cura di queste piccole cose, infatti, dà loro la sensazione di poter controllare alcuni aspetti del rientro, abbassando di conseguenza i livelli di ansia.

Fare tutto di fretta la sera prima, invece, dopo aver mantenuto per gorni gli stessi ritmi delle vacanze, può far sentire impreparati ad affrontare il nuovo anno scolastico. Durante l’estate le abitudini vengono completamente modificate e i ragazzi hanno bisogno di più tempo rispetto a un adulto per adattarsi nuovamente alla routine di tutti i giorni. E poi, se si dorme poco, l’ansia certamente non migliora.

4. Fate un giro di prova insieme

Questo è un consiglio valido soprattutto se si deve frequentare una scuola nuova, ma può aiutare anche chi ritorna nella vecchia. Visitare la struttura, vedere insieme la fermata dell’autobus da prendere, fare qualche chiacchierata con i professori se li si incontra: sono tutte azioni che, se ripetute un po’ di volte, creano familiarità con l’ambiente e fanno sentire più sicuri. Possono permettere a un ragazzo di pensare: “Ci sono tante cose da affrontare, ma alcune so già come funzionano e posso gestirle!”

giri di prova per tornare a scuola

5. Non sottovalutare l’ansia per il vestiario

“Cosa mi metto il primo giorno?”. Anche qui, mai banalizzare. Soprattutto negli anni delle superiori (ma non solo!), i vestiti sono quasi un biglietto da visita e veicolano messaggi importanti relativi alla propria identità. E in un periodo in cui questa si sta definendo, capite che la scelta degli abiti può diventare davvero complessa. Questo non vuol dire ovviamente farsi coinvolgere in shopping disperati per trovare l’outfit migliore, ma comprendere cosa si nasconde dietro ciò che rischiamo di considerare un non-problema.

6. Un po’ di relax dopo la scuola

Se ne avete la possibilità, cercate di creare un breve momento durante il quale far defluire un po’ delle ansie vissute durante i primi giorni di scuola. Una passeggiata, un gelato insieme, una semplice chiacchierata: sono tutte piccole cose che aiutano a rilassarsi dopo una giornata complessa e piena di stimoli. Ed è anche un bel modo per stare insieme.

7. Non avere fretta

L’ansia non scompare immediatamente: ci vuole del tempo. Tempo per adattarsi, per sentirsi capaci, per capire come funziona l’ambiente in cui ci si trova, per trovare nuove amicizie. Ci sarà chi sta bene dopo il primo giorno, ma è più che normale aver bisogno anche di un paio di settimane per ingranare al meglio.

Come si fa a capire che c’è qualcosa di serio che non va?

dubbi ansia

 

Il genitore è la persona che si trova nella posizione migliore per valutare se il proprio figlio sta avendo difficoltà eccessive, e per le quali è bene iniziare a preoccuparsi. Quali sono allora i segnali a cui prestare attenzione?

Se i ragazzi si rifiutano di fare cose che hanno sempre fatto, oppure sono in difficoltà ad affrontare situazioni che in precedenza non creavano problemi. Oppure quando l’ansia è così grande da non riuscire a prendere sonno.

Se si nota una rottura importante nel comportamento rispetto al passato e c’è troppa difficoltà a tornare all’equilibrio precedente, allora è giusto fermarsi a riflettere.

In questo caso è allora opportuno contattare un professionista, in modo da evitare che la difficoltà peggiori o si cronicizzi, e che magari si arrivi al rifiuto di andare a scuola.

In bocca al lupo e buon rientro!

 

 

 

 

 

 

Internet, bullismo e depressione. Dove stiamo andando?

Tempo fa mi sono imbattuta su Internet in un video di un famoso comico americano, Louis CK, che ho linkato alla fine di questo articolo.

È irriverente, sopra le righe, e a mio avviso molto divertente. Ma non solo: ho trovato il suo pezzo comico veramente efficace nel raccontare l’utilizzo che tendiamo a fare delle nuove tecnologie e dei social network, in special modo i ragazzi, con le conseguenze drammatiche che questo può comportare.

Sono infatti ormai diversi anni che osserviamo fenomeni spesso allarmanti legati all’uso incontrollato dei social da parte degli adolescenti.

Si pensi al cyberbullismo, cioè agli insulti che i ragazzi si rivolgono sul web o tramite cellulare. Secondo la rilevazione Istat, tra i ragazzi italiani che navigano in rete o che usano il telefonino quasi il 6% denuncia di aver subito offese tramite sms, e-mail, chat o social network nell’ultimo anno.

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Internet e cyberbullismo

Parole che raggiungono l’altro attraverso il solo uso della tastiera, ma che possono impattare sull’anima fragile di un adolescente in modo a volte fatale. È capitato che alcuni di loro non riuscissero a reggere il peso di queste violenze e che decidessero di togliersi la vita; un caso tristemente famoso è quello del 2013 di Hannah Smith, ragazza inglese vessata di insulti sulla piattaforma di Ask. Nonostante siano seguiti altri casi di suicidi di adolescenti, il sito è ancora attivo e pare che sia stato anche usato dall’Isis per reclutare giovani combattenti.

Internet può essere un mezzo per nascondersi dagli altri. Non solo per insultare senza farsi realmente vedere, ma anche per non incontrare mai l’altro, per difendersi dalle relazioni “reali” e vivere soltanto quelle mediate dal web, vivendo in un vero e proprio stato di isolamento. È il fenomeno ormai noto dell’hikikomori, termine giapponese che indica questo genere di condizione diventata clinicamente rilevante, la quale richiede il trattamento con psicoterapia e spesso anche assunzione di psicofarmaci. È una condizione nota in Giappone già dagli anni 80, ma oggi i ragazzi che si ritirano socialmente finiscono quasi inesorabilmente per abusare della rete. Non è però vero il contrario: chi abusa della rete non necessariamente diventa socialmente isolato.

A questo proposito, Cantelmi (2010) opera una divisione molto efficace fra “retomani per fuga” e “retomani” per azione”. I primi usano la rete per sfuggire dai propri vissuti più tristi, per allontanarsi dal mondo e non sentire dolore, in uno stordimento in grado di inibire l’attività di pensiero.

I secondi, invece, usano Internet per gli stimoli che offre e per ottenere successo. Nel caso degli adolescenti, qui la fragilità si esprime in maniera opposta ai primi, e possiamo assistere a un vero e proprio passaggio all’azione tramite il sexting (ossia l’esposizione del proprio corpo in rete, magari con social come Snapchat) o il già citato cyberbullismo.

Posto che la suddivisione di “retomani” sopra citata è valida anche per gli adulti (ovviamente cambieranno i modi con i quali si esprime la fuga o l’azione), e che i cosiddetti “leoni da tastiera” non sono certamente solo adolescenti, esiste anche una modalità di abusare di Internet meno eclatante, ma non per questo di inferiore rilevanza clinica a mio avviso.

Questa consiste nella tendenza ad anestetizzare i nostri vissuti emotivi tramite la perenne connessione a Internet (e-mail, social, chat, giochi on line): si cerca di evitare la noia, il momento di vuoto, la consapevolezza della solitudine di alcuni momenti.

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Perennemente connessi…

Massimo Recalcati, in un suo articolo del 2015 apparso su Repubblica, sottolineava la tendenza allarmante dell’uomo moderno a riconoscere a e prendere contatto con i propri stati emotivi, affermando che “Il risultato è una vita che si smarrisce in superficie perché non è più in grado di entrare in contatto con il proprio desiderio”.

In questo senso, credo che l’uso di Internet possa amplificare questa tendenza non nuova, e che si imponga una riflessione sull’abuso che si fa oggi dell’on line. Il quale, sia chiaro, può essere anche una straordinaria risorsa, ma che non sempre viene usato come tale.

Sorgono quindi alcune domande: essere perennemente connessi sta diventando una sorta di anestetizzante/antidepressivo moderno? Vale la pena non sentirsi mai né veramente tristi, né veramente felici, solo perché temiamo di affrontare quello che proviamo? E quali conseguenze ha l’uso di internet sullo sviluppo della capacità di provare empatia, ossia quella capacità che ci consente di metterci nei panni degli altri, e quindi di sentire le emozioni che l’altro prova?

Proviamo a pensarci insieme.

Ecco il video:


Louis C.K. e i cellulari di killingjokefansubs